La parola tende il filo ininterrotto del tempo che tiene insieme la memoria dei padri e il destino dei figli. Creatura e creatrice, la parola custodisce e rivela lassoluto che siamo. Stupenda e tremenda, potente e fragile, gloriosa e infame, benedetta e maledetta, simbolica e diabolica, la parola è pharmakon, «medicina» e «veleno»: comunica e isola, consola e affanna, salva e uccide; edifica e distrugge le città , fa cessare e scoppiare le guerre, assolve e condanna innocenti e colpevoli. Per i classici è icona dellanima, sede del pensiero, segno distintivo delluomo; per la sapienza biblica inaugura la creazione e fonda lo «scandalo» cristiano dellincarnazione. Che ne è oggi della parola? Ridotta a chiacchiera, barattata come merce qualunque, preda dellignoranza e dellipocrisia, essa ci chiede di abbassare il volume, imboccare la strada del rigore, ricongiungersi alla cosa. Agostino direbbe che «noi blateriamo ma siamo muti». Costruttori di una quotidiana Babele e sempre più votati allincomprensione reciproca, avvertiamo il bisogno di unecologia linguistica che restituisca alla parola il potere di svelare la verità . A noi il duplice compito: richiamare dallesilio le parole dei padri e creare parole per nominare il novum del nostro tempo.
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