Un libro che raccoglie una selezione di uniVersi femminili in cui da una dimensione intima e personale affiora veemente un senso di comunanza trasversale. La poesia è il luogo in cui queste dieci donne si incontrano, uno stagno in cui specchiarsi e al contempo far confluire la lotta verso la piena aderenza di sé. Dalla rabbia detonante di Audre Lorde ai versi corrosivi di Anne Sexton, da l’eclettismo di Mina Loy e al grido ribelle di Diane di Prima, poetessa della Beat Generation, fino ai versi audaci e dolcemente eversivi di Margherita Guidacci. In questo testo la poesia diviene un movimento attraverso cui legare, un manifesto attraverso cui annodare le storie passate e taciute, un ponte con le generazioni future. Perché la parola è l’unico modo per unirci e non perire, per non sparire lentamente ogni giorno in quello a cui siamo destinate. Perché la parola è il mezzo più delicato per comprendersi, per smarrirsi e ritrovarsi, per appuntare con sdegno ed ironia quello che eravamo e quello che vorremo essere. La parola è fame, è desiderio, è follia. La parola è carne e vento, è la mia schiena stanca e le mie mani curate. La parola è un’arma, un gioco, un precipizio su cui sorridere guardando giù. Perché stando zitte non saremmo nient’altro che una, nient’altro che io e la mia paura, rinchiusa in una stanza vuota e buia. E invece noi siamo in tante, strette attorno a ciò che questo urlo muto può dire per tutte noi. «Ogni donna coltiva silenziosamente un lunghissimo passato, attraversa il presente come una cometa che brucia nell’atmosfera e si proietta al futuro. Il tempo della parola poetica delle donne è un laccio di fionda» (dall’Introduzione di Maria Borio).
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