Per T.S. Eliot i gatti ne hanno tre, di cui uno segreto; altrettanti ne ha Roma per Giovanni Pascoli. I nomi propri sono considerati un mistero anche dai teologi (quelli delle divinità sono spesso indicibili), dai filosofi, dai cultori di scienze e pratiche esoteriche, dalla Giulietta di William Shakespeare. Meno problematici risultano però a chi li maneggia ogni giorno, li impone alla prole, li sceglie per i prodotti, li scambia con nomi comuni e viceversa chiamando Roma “l’Urbe†e “una babele†uno stato di disordine. A mezz’altezza fra le speculazioni più criptiche e gli usi spensierati, Nunzio La Fauci affronta la questione dei nomi propri là dove si pone: nelle parole pronunciate, nei testi, nella lingua in atto. Dai marchi commerciali ai menù dei ristoranti, dai personaggi letterari ai loro autori, fino a calciatori e giornalisti, l’analisi schiude prospettive sul sistema linguistico a partire da osservazioni minuziose e sorprendenti sulle sue manifestazioni. Perché – per fare un solo esempio – un tempo un Antonio diventava “Tonio†mentre adesso diventa “Anto�
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