La nostra società liberale è ossessionata dalla dipendenza e dal debito, percepiti come debolezze e come minacce che destabilizzano lideale individualistico. La filosofa francese Nathalie Sarthou-Lajus offre uno sguardo inedito sulla dipendenza e sulla sua variante patologica, la tossicodipendenza. Basandosi sulla nozione platonica di pharmakon, sia veleno che medicinale, distingue infatti le dipendenze tossiche, che imprigionano (e che non si limitato alluso di droghe, ma che possono essere anche dipendenza da oggetti/cose, ad esempio gli smartphone), dalle dipendenze fruttuose, che legano. Il debito è un fondamento della condizione umana: «a ogni età sperimentiamo il bisogno che abbiamo degli altri», scrive; ma nella tradizione filosofica occidentale la dipendenza non è considerata un valore, perché è il luogo possibile di tutte le alienazioni che minacciano lidentità e la libertà del soggetto. Anche sul piano psichico, ad esempio, si identifica la dipendenza con una struttura infantile, «principio di tutte le regressioni». Il volume ha uno sguardo ampio, dove si intrecciano filosofia e letteratura – ad esempio sullalcolismo raccoglie brani di Malcolm Lowry, Deleuze, Fitzgerald, ecc. – ma si arriva a tracciare anche un’etica pubblica della dipendenza, in grado di contrastare gli effetti tossici di un capitalismo fondato su dipendenze consumistiche. Una lettura per allontanarci dall’alternativa eccessivamente semplicistica tra libertà e alienazione e sviluppare una fruttuosa nozione di felice dipendenza.
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